Canapa legale: si torna indietro

Pubblicato il 26 Giugno 2019

A rischio chiusura circa ottocento negozi in tutta Italia. A inizio febbraio la Cassazione aveva stabilito che la vendita di prodotti a base di marijuana light era legale.

 

Lo Stato, tramite una sentenza della Cassazione, il 30 Maggio 2019 ha stabilito che vendere i derivati della canapa legale è reato. Ma chi è che aveva stabilito che tale mercato fosse legale, stimolando l’apertura di più di 800 negozi, milioni di euro impegnati in coltivazione e distribuzione, investitori internazionali già presenti sul mercato italiano? Sempre lo Stato, con una legge del 2016 che ammetteva l’attività di coltivazione di canapa tra le piante agricole e elencava tassativamente i derivati da questa coltivazione che possono essere commercializzati.

Eccoci di nuovo di fronte alla motivazione per cui l’Italia non è più un Paese dove conviene investire, fare impresa, credere nei nuovi mercati.

Tralasciamo le conseguenze che tale sentenza avrà sullo sviluppo dell’uso terapeutico dei principi attivi della canapa, ormai appurati e rivoluzionari per diverse patologie.

Tralasciamo le conseguenza sugli usi industriali che ne derivano, dalla produzione di tessuti ai bio-carburanti, per cui l’Italia era la più grande produttrice fino ai primi decenni del ‘900 ed è oggi in prima linea per riacquistare tale leadership.

Tralasciamo anche l’esempio americano, che legalizzando l’uso ricreativo della “vera” marijuana in pochi anni ha registrato miliardi di dollari di indotto abbassando significativamente gli arresti per spaccio, senza però contare un aumento dei consumatori (anzi potendone controllare da vicino le abitudini).

Oggi viviamo in un Paese in cui se ad un imprenditore viene in mente la strana idea di fare impresa, dopo aver pagato consulenze legali per verificare che il settore sia considerato legale, dopo aver quindi messo in moto la lenta (e non gratuita) macchina burocratica per costituire un’azienda, dopo aver investito in strutture, affitti, contratti di assunzioni ecc…, rischia che un giorno si svegli e scopra che quello che era permesso, improvvisamente non lo è più. Diventa oggetto di una contesa giudiziaria, rimpallando da un ricorso all’altro, fino a planare sulle scrivanie della Cassazione o del mitologico Tar del Lazio. Se questo è lo Stato delle cose, uno straniero può pensare di investire in Italia solo se si trova sotto l’effetto di qualche droga, e neanche tanto light.