Abbandono scolastico: un problema italiano

Pubblicato il 26 Giugno 2019

Sempre più ragazzi, soprattutto svantaggiati, sceglie di non finire gli studi primari. Un problema per la felicità personale e per tutto il sistema economico italiano.

Era il 1877 quando con la Legge Coppino venne istituita l’istruzione obbligatoria – al tempo fissata in tre anni di scuola primaria obbligatoria – con il fine di formare i nuovi cittadini (introducendo anche l’insegnamento dell’educazione civica). Da allora moltissime cose sono cambiate, le tecnologie moderne hanno influenzato radicalmente tutti gli aspetti della società, ma il sistema scolastico italiano è rimasto indietro. Nonostante la Legge 27 dicembre 2006, n. 296, articolo 1, comma 622 stabilisca che “L’istruzione impartita per almeno dieci anni è obbligatoria ed è finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno d’età”, l’Italia si attesta tra i peggiori paesi del mondo per tasso di abbandono scolastico. Se guardiamo alla situazione degli ultimi 20 anni, con 3 milioni di studenti persi complessivamente, siamo addirittura gli ultimi al mondo. Con conseguenze molto pesanti su tutto il sistema economico del Bel Paese. Il costo sostenuto dallo Stato per ogni studente che abbandona precocemente la scuola è stimato tra uno e due milioni di euro nell’arco della sua vita. Azzerare l’abbandono precoce porterebbe quindi a un aumento del Pil compreso tra l’1,4% e il 6,8%.

Non sorprende che La maggior parte dei rinunciatari sia di fascia socio-economica bassa, soprattutto maschi, che per una serie di fattori personali, sociali, economici e familiari lasciano gli studi. La soluzione al problema non è immediata ma passa certamente da una revisione totale del sistema. Bisogna concentrarsi sullo studente in quanto individuo, puntando al suo benessere a partire da educazione e cure nella prima infanzia, dalle politiche a sostegno della famiglia e dall’integrazione dei figli di migranti e rom, che sono tra le categorie più esposte.

Come spiega il Presidente di 10 Volte Meglio, Enrico Bozza “Nell’era digitale siamo per una didattica collaborativa, esperienziale, interdisciplinare, centrata sulle competenze. La modalità didattica è la chiave di tutto il processo innovativo, fin dalla scuola materna. Gli insegnanti devono avere forti competenze relazionali e non solo cultori della materia. La formazione dei docenti è uno degli aspetti centrali. Devono seguire percorsi di formazione continua e nuovi meccanismi di valutazione, e conseguenti adeguamenti retributivi e incentivi del merito”.