Sistema tributario

In Italia la questione tributaria richiama immediatamente alla mente quell’enorme voragine conosciuta come “evasione fiscale”, che ogni anno sottrae alle casse pubbliche non meno di 100 miliardi di euro. Se ne parla a ogni piè sospinto, a volte senza individuarne le cause, a volte con discettazioni talmente tecniche da risultare criptiche.

Ciò premesso, cerchiamo di risalire alle ragioni che hanno generato tale abnorme fenomeno, che rappresenta il punto terminale di un processo patologico, a sua volta generato da una distorta applicazione dei principi universali che ispirano tutti i sistemi fiscali.

Innanzitutto, i tributi svolgono la funzione di assicurare la copertura finanziaria alle attività svolte dai soggetti pubblici, il cui compito è quello di soddisfare gli interessi collettivi ascrivibili ai cittadini.

Orbene, chiarita la funzione dei tributi, è necessario fare un passo indietro e individuare il criterio che presiede al prelievo di questi ultimi. Si tratta di un rapporto fra due valori contrapposti: il sacrificio e il beneficio. Non sono legati da un vincolo indissolubile, ma rappresentano i limiti entro cui il legislatore tributario deve muoversi. In buona sostanza ad ogni prelievo tributario, che rappresenta un sacrificio per il cittadino, deve corrispondere un beneficio per quest’ultimo, che si concretizza nei servizi che le Pubbliche amministrazioni offrono alla comunità. Come noto, ognuno contribuisce per la parte che può, nel senso che il prelievo tributario varia a seconda della consistenza delle risorse personali. Nel nostro Paese si è scelto il principio della progressività, per cui il peso tributario è ripartito in fasce, comprese fra un minimo e un massimo di consistenza patrimoniale; ad ogni fascia è applicata un’aliquota, che è espressa in numeri percentuali ed è crescente man mano che si passa da una fascia inferiore a una superiore. Come si calcola la cosiddetta base imponibile, cioè la somma in base alla quale si individua la fascia di appartenenza del contribuente e la conseguente aliquota? Ovviamente non tutto il patrimonio personale viene ad essere sottoposto a prelievo forzoso, ma grazie ad una serie di calcoli, nei quali confluiscono anche gli oneri deducibili e le spese da detrarre, si perviene a un ammontare, sul quale poi va applicata l’aliquota… Alla fine viene fuori l’importo da versare nelle casse pubbliche ogni anno. Questo sistema risponde a un principio basilare che è quello dell’equità fiscale, nel senso che regole di tal fatta consentono a ogni cittadino di partecipare alla cosa pubblica in virtù delle proprie capacità.

Purtroppo però qualcosa non funziona, per cui ciò che teoricamente è ineccepibile diventa praticamente un inferno di iniquità. Una montagna come quella dell’evasione fiscale è il sintomo inequivocabile di situazioni gravemente patologiche. Il compito della politica è quello di individuare le cause delle disfunzioni ed approntare le soluzioni. 

Il primo passo da compiere è semplificare il complesso normativo tributario. I cittadini devono essere messi in condizione di conoscere quali siano i tributi che li riguardano, il sistema di calcolo degli stessi, la periodicità del prelievo e la destinazione delle somme prelevate. È  necessario, a tal fine, avere poche norme e chiare, cioè comprensibili anche a chi non ha una cultura di livello universitario. La semplificazione permetterebbe di decongestionare il contenzioso tributario e facilitare i rapporti fra contribuente e Agenzia delle entrate.

È necessario precisare che un sistema giuridico ordinato e coerente dovrebbe identificare con precisione i soggetti pubblici che esigono i tributi; esigenza quest’ultima ancora più impellente in uno Stato regionalista come il nostro, dove altri tre enti territoriali (Regioni, Province e Comuni) si rifocillano alla greppia del contribuente.

Il secondo aspetto da regolare riguarda l’organizzazione tributaria. In linea di massima aver creato le agenzie non è stato un errore, ma ciò di cui necessitano gli “uffici tributari” è personale preparato e disposto ad uscire dagli uffici, per poter verificare le situazioni sul posto; non basta verificare dal proprio tavolo di lavoro le dichiarazioni dei redditi delle persone che notoriamente non evadono, come i lavoratori dipendenti.

È inutile corrispondere premi per attività di ordinaria amministrazione a fronte di un’evasione fiscale monstre come quella italiana, che richiede una conoscenza approfondita dei vari settori d’indagine, al fine di individuare quali siano le categorie di contribuenti che presentano le maggiori problematiche. 

Il problema che condiziona una revisione radicale del sistema tributario, però, non è rappresentato dalla sola evasione, ma dall’elevata pressione fiscale alla quale è sottoposto il contribuente onesto. Le aliquote previste dalle norme non trovano riscontro nella realtà, in quanto la fetta reddituale destinata al fisco è più grande di quella normativamente prevista. Ad esempio i lavoratori dipendenti, che in media dovrebbero sopportare un peso fiscale con un’aliquota del 33%, nella realtà vedono tassati i propri redditi nella misura del 48%: quasi la metà di ciò che guadagnano finisce nelle casse erariali.

Tutto questo è in buona parte riconducibile al problema dell’evasione, ma non possono essere ignorati gli effetti negativi provocati dalla cattiva gestione delle risorse da parte dei vari soggetti pubblici. Ed ecco l’altro corno della questione fiscale, che costringe il contribuente a navigare nel mare procelloso fra Scilla, evasione fiscale, e Cariddi, mala gestio pubblica. 

La situazione è complessa e i cittadini dimostrano di averne sempre più consapevolezza; è questo il motivo per cui è necessario partire dalle basi e chiarire da subito le regole del gioco. La situazione in cui versa il nostro Paese non consente svolte repentine, come quella di Reagan negli anni ottanta, che ridusse drasticamente l’aliquota fiscale con evidente beneficio per l’economia e il fisco. Erano tempi completamente diversi da quelli attuali e le condizioni economico–sociali godevano ancora dei benèfici effetti del trentennio d’oro. La condizione economica italiana non consente scelte del genere, ma obbliga a partire con estrema cura e celerità dalle fondamenta: è necessario che i rapporti tra fisco e contribuenti siano ispirati alla chiarezza e alla semplicità. E il versante pubblico deve recuperare la credibilità perduta.